Si può ancora, nel 2017, fare poesia? È questa la prima cosa che mi sono chiesta trovandomi a leggere l’opera di Daniele Virgillito, Il viaggio di Nabil.

Dopo il frontespizio mi aspettavo di trovare righe e righe piene di parole ed invece, ecco lì, la magia dei versi. Nabil è un ragazzo e la sua avventura ha origine, s’intuisce, in Egitto. Vive la sua storia d’amore con Yara, giovane siriana, ma Yara, ad un certo punto, sparisce. Pochi sono gli accenni alla situazione politica, ma chiari: per la famiglia di lei è meglio partire, lasciarsi il Paese alle spalle e cercare rifugio in Italia. Nabil non ci pensa due volte e parte alla volta di quella che è la più triste delle odissee dei nostri giorni: imbarcarsi su un barcone e attraversare con questo mezzo di fortuna – o forse meglio dire di “sfortuna” – il Mar Mediterraneo. L’eterno tema del viaggio ritorna negli endecasillabi di Daniele Virgillito, vestendosi di una poesia nuova in cui non cantano sirene e non si incontrano ciclopi, ma sono gli uomini i veri mostri e la speranza, l’amore, le uniche grandi forze d’attrazione verso la meta.

I personaggi che si affacciano in questa storia sono tanti e variegati: ognuno di loro è dipinto con poche pennellate ( o meglio dire rime? ), ma balza con la sua evidenza sulla pagina bianca, prende vita e racconta il suo vissuto in modo così realistico da non poter lasciare indifferente il lettore.

Interessanti i riferimenti letterari nascosti all’interno del testo, alcuni davvero per “addetti ai lavori”: gli studenti di lettere troveranno facilmente un verso in cui si allude al famoso indovinello veronese, e una coppia d’ispirazione dantesca li farà stare col fiato sospeso fino alla fine.

Non credevo fosse possibile raccontare ancora una storia in versi. Da quel che ho avuto modo di leggere, la poesia contemporanea oggi tende ad essere enigmatica, piena di allusioni, che gioca molto sul detto e non detto ma soprattutto fin troppo intimista. E del resto, nel tempo la lingua italiana si è arricchita di parole orribili e troppo a-poetiche, per cui mi risultava difficile immaginare un componimento odierno che contenesse parole come “elettrico”, “cellulare”, “accendino” e vocaboli simili, fin troppo rozzamente ancorati alla realtà. Eppure, Il viaggio di Nabil riesce, con il suo scorrere e il suo uso della parola ingenuo – e lo dico non in senso dispregiativo, ma piuttosto da intendere come naturale, spontaneo – a raccontare l’avventura del protagonista senza far pesare l’assenza della prosa. Ammetto che più di una volta mi sono chiesta: come mai non è diventato un romanzo? Perché non lo sto leggendo in forma di racconto?, ma in fondo a parlare era la mia abitudine a leggere tutt’altro. Ho letto con interesse tutto lo scritto e con la stessa voracità riservata alle mie “solite” letture, senza alla fine far più caso a tutti quegli “a capo”.

Si può fare poesia nel 2017? Si, ma devi essere bravo. Per aver vinto la mia diffidenza, Daniele certamente lo è.

Volete continuare a curiosare a proposito di questa storia?
Cliccate qui: https://www.youtube.com/watch?v=-2yKtkp57-c !

 

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