E poi arriva quello che non ti aspetti. Leopardi

Siamo nel 1821 e ancora il calcio in senso stretto non esiste. Esiste però un gioco di squadra con una palla che comincia ad infiammare gli spalti, il “pallone col bracciale” (un gioco che evolvendosi darà luogo, inoltre, anche allo sport denominato palla tamburello), molto diffuso nell’Europa continentale di quegli anni.

 Leopardi teneva molto in considerazione l’attività fisica, importante tanto quella mentale nel percorso di formazione – si può quasi ravvisare un po’ di invidia nei confronti della vigoria del protagonista della lirica!, povero Giacomo. Nello specifico, infatti, questo componimento è dedicato all’atleta Carlo Didimi, sportivo e patriota, presentato dal poeta come metafora dell’eroe civile, del mito nazionale che i giovani italiani avrebbero dovuto prendere come esempio. Insieme ad una serie di evocazioni di bellezza e mitologia classica, l’altro messaggio che Leopardi vuole trasmettere è quello di considerare la vita come una pratica sportiva: da affrontare con impegno, senza adagiarsi nell’ozio, e con coraggio: insomma, l’attività fisica come propulsore di un patriottismo alla base del riscatto italico. Quanta, ma quanta roba può passare per un pallone.

Ecco a voi il testo in questione:

A UN VINCITORE NEL PALLONE

Di gloria il viso e la gioconda voce,
Garzon bennato, apprendi,
E quanto al femminile ozio sovrasti
La sudata virtude. Attendi attendi,
Magnanimo campion (s’alla veloce
Piena degli anni il tuo valor contrasti
La spoglia di tuo nome), attendi e il core
Movi ad alto desio. Te l’echeggiante
Arena e il circo, e te fremendo appella
Ai fatti illustri il popolar favore;
Te rigoglioso dell’età novella
Oggi la patria cara
Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Del barbarico sangue in Maratona
Non colorò la destra
Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,
Che stupido mirò l’ardua palestra,
E’ la palma beata e la corona
D’emula brama il punse. E nell’Alfeo
Forse le chiome polverose e i fianchi
Delle cavalle vincitrici asterse
Tal che le greche insegne e il greco acciaro
Guidò de’ Medi fuggitivi e stanchi
Nelle pallide torme; onde sonaro
Di sconsolato grido
L’alto sen dell’Eufrate e il servo lido.

Vano dirai quel che disserra e scote
Della virtù nativa
Le riposte faville? e che del fioco
Spirto vital negli egri petti avviva
Il caduco fervor? Le meste rote
Da poi che Febo instiga, altro che gioco
Son l’opre de’ mortali? ed è men vano
Della menzogna il vero? A noi di lieti
Inganni e di felici ombre soccorse
Natura stessa: e là dove l’insano
Costume ai forti errori esca non porse,
Negli ozi oscuri e nudi
Mutò la gente i gloriosi studi.

Tempo forse verrà ch’alle ruine
Delle italiche moli
Insultino gli armenti, e che l’aratro
Sentano i sette colli; e pochi Soli
Forse fien volti, e le città latine
Abiterà la cauta volpe, e l’atro
Bosco mormorerà fra le alte mura;
Se la funesta delle patrie cose
Obblivion dalle perverse menti
Non isgombrano i fati, e la matura
Clade non torce dalle abbiette genti
Il ciel fatto cortese
Dal rimembrar delle passate imprese.

Alla patria infelice, o buon garzone,
Sopravviver ti doglia.
Chiaro per lei stato saresti allora
Che del serto fulgea, di ch’ella è spoglia,
Nostra colpa e fatal. Passò stagione;
Che nullo di tal madre oggi s’onora:
Ma per te stesso al polo ergi la mente.
Nostra vita a che val? solo a spregiarla:
Beata allor che ne’ perigli avvolta,
Se stessa obblia, né delle putri e lente
Ore il danno misura e il flutto ascolta;
Beata allor che il piede
Spinto al varco leteo, più grata riede.

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