…tra la curiosità di andare avanti e la repulsione verso ciò che sta leggendo. Cosa resta a fine lettura? La sensazione di aver letto qualcosa di diverso. E di bello.

E’ stato uno dei libri che ho scelto fidandomi delle recensioni e della bizzarra quarta di copertina, scelto innanzitutto da libraia (portandolo sui miei scaffali, tra i titoli della Hacca edizioni) oltre che da lettrice.
Questa lettura è stata un’esperienza. Ha spinto al limite la mia tolleranza e al tempo stesso mi ha riportata a rileggere interi passaggi giusto per chiedermi “ma l’ho letto davvero?” per poi realizzare che sì, le parole erano proprio quelle e il senso non fraintendibile. E’ un romanzo della bruttezza, secondo una poetica quasi pasoliniana, così come di fatto alla memoria di Pasolini questa storia è dedicata.

Protagonisti sono Taiwo e Kehinde: sono due, gemelli, ma al tempo stesso uno. Un corpo a forma di Y, in cui due busti perfettamente formati poggiano su un unico bacino, un unico paio di gambe, un unico organo sessuale. Soli, in quanto la società non li accoglie e loro stessi non la bramano, ma di fatto sempre in compagnia di qualcuno, del proprio gemello, della metà imperfetta ma imprescindibile.

Per fare il viaggio fino a casa, la sera, ci voleva mezz’ora.
E nel tragitto, la cosa che più ci colpiva era il riflesso dei passeggeri
contro i vetri del filobus: pareva di stare in mezzo ad esseri
simili a noi – doppi – dai gesti equivalenti, dalle perfette somiglianze.

La loro vita, dall’infanzia nelle campagne dell’Abruzzo al loro arrivo in città, a Milano, è votata alla bruttezza: naturalmente attratti da tutto ciò che è immondo, vivono una vita condivisa di fobie, abusi, violenze e depravazione -sessuale e non solo-, ma al tempo stesso intervallata da alti momenti di spiritualità e riflessione quando tornano nella loro casa dopo una giornata passata a spiare le strane coppie che frequentano la casa d’appuntamenti presso cui hanno trovato impiego. Tra un’oscenità e l’altra, sono molte le tematiche affrontate dal gemello buono e dal gemello cattivo: dalla fede alle unioni civili, all’aborto, all’omicidio. Una visione distorta della società contemporanea, che forse distorta appare perché magari fin troppo lucida, ed è proprio qui che si dispiega la potenza -e la violenza- di questo breve romanzo. La trama, di fatto, diventa del tutto secondaria e si rivela essere, infine, soltanto un espediente per raccontare l’incontenibile sentire dell’autore, che da voce narrante si rende protagonista in un finale a sorpresa.

Straordinario esordio per Alcide Pierantozzi, ottima prova di scrittura anche stilisticamente parlando: dalla crudezza di alcune scene al linguaggio quasi onirico di altre, è una storia che non perde quasi mai il suo ritmo e riesce a tenere il lettore in uno stato d’animo di odio/compassione verso i due protagonisti (o forse uno?), a scatenarne l’indignazione e a indurlo alla riflessione. Ecco perché, nonostante tutto, non sono riuscita a chiudere questo romanzo e prenderne un altro dalla mia libreria. Se lo consiglierei?
A stomaci forti!

Ultima segnalazione: da questo romanzo è stata tratta anche una graphic novel edita dalla Tunuè. Ne ho viste soltanto alcune tavole ma sembra davvero molto, molto bella!Uno-in-diviso-interno.jpg

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