In occasione dell’anniversario della nascita di Luigi Capuana, parliamo di uno dei romanzi più interessanti dello scrittore di Mineo e che annuncia l’avvento del romanzo psicologico: Profumo, del 1892.

Capuana, diciamolo, non era proprio ben piantato su questa terra: non solo la sua curiosità sul mondo dei “non vivi” lo portò a fare sedute spiritiche (con il suo compare Pirandello), fotografare defunti (compreso se stesso: un selfie in cui il Capuana si finge morto, giusto per vedere l’effetto che fa) e scrivere racconti su vampiri, ma si addentrò nei meandri della psicologia umana dando luogo ad un romanzo trascendentale e psicologico ante litteram!

Stiamo parlando di Profumo. Nonostante il tema della patologia fosse già presente in Giacinta, è grazie a questo testo che, mixato ad un naturalismo di stampo zoliano ed elementi di fisiologia, oltre che all’incredibile estro dell’autore, assume un ruolo principe all’interno di una narrazione che si pone nel solco del romanzo psicologico moderno.

Protagonista del romanzo è, infatti, una giovane donna affetta da isteria, Eugenia, profondamente innamorata del marito Patrizio e attratta da quest’ultimo in senso biblico. Ma Patrizio non è in grado di ricambiare l’amore della moglie se non platonicamente: si staglia tra loro la figura madre e matrona di Geltrude, genitrice gelosa e castrante come tante altre ne vedrà la narrativa del Novecento. Patrizio non riesce a comprendere l’infelicità della compagna e, bloccato nel suo complesso edipico e convincendosi che siano piuttosto le troppe emozioni a mantenerla in questo stato di sofferenza, la condanna piuttosto ad una vita emotivamente vuota acuendone invece la nevrosi.

(…) queste circostanze si erano a un tratto mutate in favor suo
e contribuivano a rendergli più deliziosa la cara solitudine della sua vita,
fra la madre malaticcia sempre e sofferente e la giovane moglie
che pareva gettasse attorno, per le malinconiche stanze
della loro strana abitazione, sorridenti sprazzi di sole.

Ma la cosa che più risulta interessante in questo romanzo, e che puzza tanto del gusto per l’ultraterreno del Capuana, è il sintomo più evidente di questa nevrosi della povera Eugenia: la donna, infatti, impedita nell’adempimento dei suoi doveri coniugali manifesta il suo disagio emanando soprattutto dalle mani un intenso profumo di zagara. Un effluvio che ricorda quello che pare si accompagni alle spoglie dei santi, ovvero quelli che maggiormente in vita hanno represso il proprio desiderio per votarsi ad una vita più mistica che passionale.
Il romanzo ha un lieto fine ed Eugenia troverà la sua pace… dei sensi. In ogni senso.

Niente da fare, questi romanzieri siciliani non smetteranno mai di stupirmi. Campanilismo? Forse si… ma attendo smentite! Avete tempo fino a mercoledì…

Per i più curiosi: http://blog.assistentisociali.org/2009/03/08/la-follia-nella-narrativa-di-luigi-capuana/

 

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