La volontà di dominio sulla morte inerente a ogni atto di erotismo. La parabola di due alfieri della pornografia artistica ormai detronizzati. Il grido di solitudine di esistenze abiette tramutato in canto corale.

Questo è il tessuto narrativo del romanzo d’esordio di Luciano FunettaDalle rovine

Leggo i libri a seconda del mio umore: nel gioco di corteggiamento tra amante e oggetto del desiderio mi illudo di essere io a scegliere. I fatti, tuttavia, mi smentiscono: in questo caso la danza ipnotica di un serpente e i toni freddi della copertina suscitano la mia curiosità. Dopo l’acquisto, presso la Libreria Villaggio Maori, del romanzo di Funetta, edito dalla Tunué nella collana (perfetta per le mie tasche) curata da Vanni Santoni, scopro che lo stesso è tra i candidati allo Strega 2016. L’aspettativa decuplica insieme all’attesa di leggerlo. Ma è un periodo di stallo e di apatia perfino dalla carta scritta. Perciò, l’appuntamento con le atmosfere gravide e decadenti di quest’autore del collettivo TerraNullius è rinviato di settimana in settimana.

Dalle Rovine è un noir psicologico: languido, conturbante, seducente, a tratti, arduo e molesto. Esagero volontariamente con gli attributi perché la cifra stilistica e tematica del romanzo è l’estremo. Il racconto riguarda la petulante ossessione per i serpenti di Rivera, <<l’uomo serpente che scende dal monte Parnaso>> che alleva tali animali come figli. Entro una città-fantasma, recluso in una stanza senza finestre con trenta teche, un microcosmo più che un semplice complemento d’arredo, Rivera è un protagonista silente e solitario. Vivendo uno stato di alienazione, quest’uomo si abbandona a pratiche di autoerotismo servendosi proprio dei suoi rettili. Il malessere sfocia prima in libido e, poi, in azione. Un video amatoriale, condiviso in rete, segna l’ingresso di tale astro nascente nel mondo ambiguo della pornografia. A fargli da cicerone è Jack Birmania, luminare dell’ambiente a luci rosse e impresario cinematografico. Rivera frequenta, perciò, ambienti pericolosi e conosce personaggi discutibili. Le vite rarefatte, sfuggenti ed evanescenti dei vari protagonisti di questo romanzo polifonico sono tutte calate entro una dimensione atemporale e asettica. Le città perdono i confini, le esistenze la consistenza mentre la realtà si tramuta in Incubo.

Incisiva, pregnante, oltre che estremamente originale, la scrittura. Quest’ultima si adatta a una trama indigesta e, forse, irrisolta nel finale. Tuttavia, nella sua interezza, il romanzo trascina il lettore in un turbine di distruzione e di eventi paradossali. Ogni personaggio è un outsider fotografato nell’attimo della sua dissolvenza, del suo tramutarsi in ombra. Una morte lenta, un’agonia afona, una costante perdita d’orientamento è ciò che accomuna tali esistenze al limite del possibile.

A essere peculiare, oltre il tema, è la struttura. La voce narrante non è un io, ma un noi: un plurale cristallizzato. Un complesso di voci anonime e inquietanti interagisce con il lettore fino a disturbarlo, spiandolo e coinvolgendolo in un mondo in cui tutto è dominato dalla rovina. Eppure, anche la leggerezza della cenere ha un peso specifico: bisogna liberarsi del proprio passato per rinascere, forse, come un’araba fenice.

Dalle rovine, una lettura totalizzante.

Gli occhi puntati addosso: questa è la sensazione che il lettore, al pari dei personaggi che leggono il rovinoso manoscritto da cui il romanzo desume il titolo, prova durante lo scorrere delle pagine. Un prova d’autore magistrale per un autore così giovane che, ammaliando attraverso descrizioni scomode, trascina in un mondo in cui il vizio, il disagio, la megalomania, l’aberrazione si legano al mito o alla sublimazione estetica di un’opera arte.

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