Appassionato di occulto e spiritismo, uno degli autori più razionali del panorama letterario novecentesco visse la sua vita pensando di aver commesso un omicidio tramite il voodoo: George Orwell.

Non avremmo mai potuto sospettarlo: dichiaratosi ateo fin dall’adolescenza e solo raramente l’occulto compare nei suoi lavori ( se ne ha un esempio in Una boccata d’aria, 1939). Soprattutto in giovinezza, fu fortemente attratto dal soprannaturale e ancor di più in seguito alla lettura delle Ingoldsby Legends, di R.H. Barham, in cui si parla anche di assassinii commessi tramite magia nera. A raccontarcelo è una lettera scritta in punto di morte da Sir Steven Runciman, esperto di storia medievale e amico di Orwell ai tempi di Eton. Orwell, frequentemente bullizzato, decise di prendersi la sua vendetta e praticare un rito voodoo a scapito di uno dei suoi nemici, uno studente più grande di lui di nome Philiph Yorke.

Racconta Runciman che, prodotta un’effigie in cera del ragazzo in questione, George avrebbe voluto trapassargli il cuore con uno spillo ma l’altro, spaventato dalla cosa, glielo impedì giungendo al compromesso che gli avrebbero piuttosto rotto una gamba. Qualche giorno dopo, Philip si ruppe una gamba giocando a football ma, cosa ancora più inquietante, effettivamente morì nel giro di pochi mesi per leucemia.

George Orwell si convinse dell’efficacia del rito e l’angoscia di quanto commesso lo accompagnò per tutta la vita. Una recente biografia ad opera di Gordon Bowker dice che visse turbato tra visioni della sua stessa morte e apparizioni di fantasmi. Ma non solo: così convinto dell’esistenza della magia oscura, confidò ad alcuni amici di aver adottato uno pseudonimo per evitare che i suoi nemici potessero usare il suo vero nome e praticare quella stessa magia contro di lui!

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