E’ bene distinguere l’astrazione dell’uomo di genio dalla distrazione dell’uomo sbadato, anche se talvolta il confine tra i due è labile: metti caso che poi se ne esce fuori con un best seller come l’Orlando furioso? 

Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
le sciocchezze, le distratte imprese io canto:
di quell’uomo che uscito in pianelle a Carpi, in tali calzature si diresse fino a Ferrara. O di quella volta in cui, giunto un ospite dopo che il Ludovico Ariosto aveva già cenato, fece apparecchiare per il forestiero e discorrendo dimenticò di aver già cenato e finì per mangiare quanto preparato per il nuovo arrivato.

Dirò d’Ariosto in un medesmo tratto
cosa non detta in prosa mai, né in rima:
racconta il figlio Virginio, a proposito del padre, che la sua distrazione era tale da non distinguere i cibi l’uno dall’altro (che fosse un uccellaccio o una pernice, per Ludovico non faceva differenza: ebbero modo di testarlo facendogli proprio una burla del genere), ed appena giunto in casa afferrava qualsiasi vivanda gli fosse vicina per cominciare a mangiarla, fin quando non era pronto in tavola. Poi, finito il pasto, era come se avesse dimenticato di aver già mangiato e ricominciasse con l’acciuffare quello che gli capiva sotto mano. Citando Virginio: “io penso che non si ricordasse quello che facesse perché avea l’animo intento a qualche cosa o di composizione o di fabbrica”.

C’è chi pensa che le distrazioni ariostiane fossero soltanto sintomi di una condizione nevrotica da cui nasce il bisogno riparatore della poesia. Ora, non so voi cosa ne pensiate: ma, tralasciando la passeggiata in ciabatte… visto che tutti gli altri aneddoti ruotano intorno al cibo… non è che per caso fosse solo affamato?
Io ho sempre fame. E non scrivo poemi. Ai posteri l’ardua sentenza.

Per approfondire: http://www.jstor.org/stable/475757?seq=1#page_scan_tab_contents

Appuntamento a sabato con altre curiosità!

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