Rosemary’s baby arriva e si insinua subdolamente nella libreria, tutto viola  e con un inquietante ed imponente condominio stampato in copertina. E’ soltanto il primo passo: giusto qualche giorno e non potrai più resistere al fascino magnetico di questo libro, dal titolo breve, apparentemente innocuo ma, forse proprio in virtù di questo contrasto con l’immagine, irresistibile. Una madre, un bambino in arrivo. Fine degli indizi.

Nonostante nella mia vita abbia visto più film horror che cartoni animati (eh si, ho cominciato da giovane), la letteratura dello spavento non rientra tra i genere che frequento più spesso. Ma come dire di no ad un classico dei giorni nostri?

Non farò man bassa nella trama, sarebbe un sacrilegio per il genere. Inoltre, se avete già visto il film è un vero peccato, Polanskij ha fatto davvero un buon lavoro sul romanzo di Ira Levin. Io l’ho già visto (ovviamente) ma devo dire che il piacere della lettura è rimasto intatto. Questo libro ha ritmo. Per quanto la trama possa sembrare languire nella quotidianità di una famiglia borghese americana – Rosemary e suo marito Guy Woodhouse, l’attore che cerca di affermarsi nel mondo dello spettacolo, appena sposati e appena giunti nella casa dei loro sogni a New York -, il lettore attento potrà cogliere, incastrati tra le scene, i segnali, in un climax ascendente, di ciò che rende unica questa esperienza di lettura.

Lontano, sentì suonare il campanello della porta
dei Castavet; uno squillo solo, brevissimo. Guy, certamente;
era andato a chiedere se volevano un gelato o la prima 

edizione del giornale. Gentile da parte sua.
Il dolore s’acuì.

Rosemary è una donna come tante altre. Nessun tratto caratteriale o fisico particolare, non una spiccata furbizia o intelligenza, niente che la renda interessante. Un po’ credulona forse: da quando il suo amico Hutch gli ha raccontato delle strane cose accadute nel Bramford, il condominio dove la coppia Woodhouse trasloca, sta ben allerta e ha una collezione di eventi sospetti, dal suicidio della sua vicina di casa agli strani cori che sente talvolta nella notte. Tuttavia, le cose per i due sembrano mettersi particolarmente bene – Guy ottiene il successo!- e nel nuovo appartamento tutti la trattano amorevolmente, come Minnie e Roman, che la sommergono di attenzioni specialmente dal momento in cui apprendono della sua gravidanza. Sembra quasi una prescelta. Delle loro accortezze, ovviamente!

Poco dopo, Rosemary era di nuovo a casa. Bevve la bevanda
fredda e dal sapore aspro nel bicchiere a strisce azzurre e verdi,
mentre Minnie la guardava con approvazione.

Niente è ciò che sembra, al Bramford, o è solo la sua sollecitata fantasia, dalle letture e dai racconti, a farle credere che sia così? Rosemary si muove tra realtà, sogno (talvolta incubo!) ed immaginazione: del resto, si sa, le future madri sono sempre apprensive nei confronti del nascituro e talvolta tendono ad esasperare anche le banalità.
Alla fine, tutto torna. Il bambino nasce, ma ad accoglierlo sarà una culla nera. O forse no?

Rosemary’s baby è del 1967, e al tempo stesso riprende e getta le basi di tanti motivi ricorrenti della narrazione horror. Tra tutti, quello che mi affascina sempre: la “memoria” dei luoghi e la loro capacità d’attrazione. Una casa che ha sempre visto il male, continuerà ad attirare il male: figurarsi un intero condominio!
E’ un testo di puro intrattenimento, scorrevole e accattivante. E se finite di leggerlo di sera, può anche capitare che facciate sogni strani e vi svegliate con una sensazione di “chi va là”. Ma cosa c’è di meglio di un libro che prende così tanto da lasciare anche gli effetti collaterali?

Suggerimenti: Shining, di Stephen King. Un enorme hotel, deserto, custode di tutto ciò che si è svolto al suo interno. Ed una malcapitata famiglia.  Non ci dormirete la notte.

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