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Impugnando il «Quaderno delle Cose Importanti» al posto di Anna, l’eroina puerile, dispotica e coriacea raccontata da Ammaniti, avremmo letto moniti di tal sorta, terapie mediche con puntuali descrizioni di farmaci e soluzioni a problemi che suonano come la peggiore delle blasfemie. Cose da fare quando mamma muore, ad esempio. L’ordinario, infatti, non è una categoria ravvisabile in questo racconto di formazione e/o romanzo di avventura e/o «favola nera». Anna è sperimentazione: non rientrando entro un monolitico genere testuale, rifiuta ogni comoda definizione.

La voce di una protagonista, finalmente, femminile racconta una Sicilia post apocalittica: dove lo stato di abbandono e di putrefazione prende il posto delle distese assolate che l’immaginario collettivo lega all’isola. Ma il degrado ambientale è solo l’aspetto più marginale di quanto consuma intere generazioni. La Rossa è l’epidemia che trasforma l’isola in una necropoli. Uno spettacolo catastrofico si dipana, come una sequenza di fotogrammi, davanti agli occhi del lettore, inquietandolo perché il mondo descritto gli è familiare e contemporaneo.

In un futuro prossimo, il 2020, una forma virale causa centinaia di morti: gli adulti sono le vittime designate mentre i bambini, risparmiati per ragioni legate agli ormoni della pubertà, ridotti alla condizione di orfani. Anche Anna con i suoi tredici anni è un’orfana tra gli orfani. Chi “conosce” Ammaniti ha già letto di bambini disperati costretti a crescere velocemente. Anna risponde a tale schema o topos narrativo dell’autore romano, superandolo. Occupandosi del fratellino più piccolo l’irosa adolescente compie la prima delle missioni che la madre le ha impartito: insegnare ad Astor a leggere. Ciò, più che la meccanica operazione di mettere in sequenza le sillabe, è un’iniziazione alla vita. Anna diventa madre a forza e si scopre, inaspettatamente, donna per la prima mestruazione o per i primi e teneri impulsi sessuali verso Pietro. Ma non è solo il suo corpo a intimarle di crescere, bensì la sua testa. Non rispondendo alle regole della madre Anna, freudianamente, l’uccide. Di fronte al cambiamento repentino del mondo la protagonista capisce che le vecchie regole materne sono superate: è necessario scrivere le proprie. Quindi, in un funesto scenario di apocalisse Anna è sopravvivenza, catarsi, speranza.

A rendere l’opera di quest’autore “da classifica” un romanzo maturo è proprio la chiave metaforica del racconto. L’imminente apocalisse che porta il nome di Rossa è la malattia dell’età adulta, della consapevolezza e dell’assunzione delle responsabilità. Ma Anna ne è immune? Io rischio di diventare come Giovanna La Pazza davanti uno spoiler. Vi svelo, invece, che leggendo questo romanzo ho riso per le scaramucce tra i due fratelli, ho camminato per le strade di desolate di Cefalù e ho attraversato con un pedalò lo stretto di Messina in compagnia di un cane per approdare al Continente, in Calabria. Oltre alla mia innata e cronica capacità di immedesimazione, ciò è stato possibile grazie alla scrittura semplice e icastica di Ammaniti che oggi come allora (sì, parlo dell’epoca preistorica della mia adolescenza) ha una presa sulla sottoscritta tale da fare concorrenza alla Super Attack! A proposito di marchette, raccontando di un’intera genìa di orfani entro un mondo a misura di adulti, Ammaniti da autore “non impegnato” denuncia il consumismo imperante della nostra società. Una eco pasoliniana di cui nel romanzo assurge al ruolo di status symbol il paio di «Adidas Hamburg. Made in China» dai probabili poteri salvifici.

Forse Anna non è il capolavoro di questo scrittore che si odia o si ama, tuttavia ha soddisfatto un’attesa durata cinque anni. Un romanzo introspettivo e delicatamente sentimentale, a volte doloroso e struggente. La protagonista dal nome palindromo, quasi a significare la sua capacità di adattamento e la sua duttilità mentale, ha fatto innamorare, come il suo autore, anche me.

Buona lettura, alla prossima

 

 

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