Arriva questo libro di cui ho sentito parlare. E’ di un colore bellissimo, ha un arcobaleno bianco in copertina, ed il titolo, “Stalin + Bianca”, mi porta facilmente a pensare ad una storia d’amore, magari quegli amoretti adolescenziali un po’ complicati, e ancor di più se ambientati in un’attualità come la nostra.
Il fiuto da libraia c’ha azzeccato al 50%. Vi spiego perché.

Immaginate di imbracciare una telecamera. Accendetela. Siete giovani e la vostra voglia di movimento vi aggredisce dall’interno, vorreste rendere tutto immortale e al tempo stesso cercare qualcosa che non c’è più, cercare anche qualcosa di migliore. Magari un posto dove ci siano ancora arcobaleni – qualcuno dice che si siano estinti e quando piove resta solo aria sporca e satura. Le vostre riprese sono un susseguirsi di campi lunghi e primi piani, e il fluire dei pensieri è la voce fuori campo che accompagna il film della vostra vita. Ecco cos’è Stalin + Bianca: un racconto filmato e pensato, e noi ne leggiamo gli occhi e la voce del regista, di questo ragazzo dai capelli rasati e i baffi che gli hanno fatto guadagnare quel soprannome. E dagli atteggiamenti imprevedibili, che hanno fatto sì che qualcuno abbia scritto “Stalin psicopatico” sui muri del suo quartiere. Non c’è una scuola, non c’è un vero lavoro: professionista dei sogni e delle delusioni, Stalin, in una periferia ostile, lontana dalla capitale, dove la malavita dilaga e tange la sua esistenza, ha qualcosa, o meglio qualcuno, che lo tiene intero. Lei è Bianca, che lo accoglie, lo incoraggia, lo segue e non perde mai la fede nel momento. Forse perché, in realtà, Bianca quel momento non può vederlo.

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Una prosa serrata, ponderata e ricca, un barocco di vocaboli metropolitani e postapocalittici ma essenziale al contempo. Un viaggio, una meta da raggiungere, un film da girare, con pazienza, incoscienza ed insistenza. Mentre tutti corrono da un punto all’altro e dimenticano anche di guardare il cielo, annichilendosi in esistenze prodotte in serie, loro si fermano e puntano l’obiettivo per raccontare e raccontarsi, tra un treno ed un appartamento abbandonato, tra un locale triste e una poesia composta sottovoce.
Quanto all’amore, l’amore c’è ma non come me lo sarei aspettata: è timido e concentrato in due righe, quando proviene da una madre; è pensato ed accarezzato, quando pulsa da dietro una videocamera; è cieco, e non ha bisogno d’altro e somiglia alla fiducia e all’amicizia.

“Ne troverò altri e continueremo il viaggio.
Finché morte non ci separi”.
“Allora non sarà eterno”.
“Continuerà anche dopo”.
“Anche dopo la morte?”

A rendere speciale questo libro, a mio giudizio, non è la trama: quest’ultima è come se passasse in sordina, sommersa tanto dal racconto puntuale del contesto quanto dal groviglio interiore di sensazioni del protagonista. Anche i dialoghi talvolta appaiono surreali, abbozzati, così come abbozzati sono alcuni ruoli e personaggi all’interno della narrazione. Questo libro è un ritratto sociale o, a voler essere ottimisti, una profezia di là da venire in tutta la sua portata di degrado. Siamo ancora in tempo a non far estinguere gli arcobaleni 🙂

Ok, sono stata romantica, ma perché questo libro mi ha lasciato delle belle sensazioni e ho finito di leggerlo in una magnifica giornata di sole che mi ha lasciata felice e speranzosa. Non vi abituate.

“Stalin + Bianca” potrebbe avere tanto una colonna sonora quanto un compagno di scaffale, entrambi ad opera dello stesso autore: le musiche de “Le luci della centrale elettrica” (oltre che a What a wonderful world, leit motiv di tutto il romanzo) e il libro “Cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero” del cantautore Vasco Brondi.

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