Chi mi conosce bene si sarà già stupito della mia scelta di lettura: una donna (Angela Franchella) che racconta di una donna (Anna Banti), scrittrice e femminista, seppure a modo suo.

Si scherza: non sono misogina, risento soltanto di uno spiccato senso di competizione. E istinto omicida, ma questo solo alcune.
Tuttavia, ho dovuto sul serio combattere contro vari pregiudizi prima di approcciarmi serenamente a questo libro. Temevo di trovarmi davanti ad una combattente estremista del tipo “fuoco alle scope” e “cucinati da solo la tua zuppa”, mentre in realtà ho scoperto un’autrice, una pensatrice ma soprattutto una donna senza dubbio meritevole della mia stima: Lucia Lopresti, in arte Anna Banti. Ed una donna senza scrupoli e dal carattere determinato, forse un po’ scorbutica, come piacciono a me.

Nonostante si tratti di una biografia, il breve testo è piuttosto scorrevole grazie all’espediente adottato dall’autrice, che ho trovato molto interessante: Angela Franchella ha infatti messo in scena una purtroppo mai avvenuta intervista ad Anna, costruendo un ritmato botta e risposta tra lei medesima e la scrittrice, sedute al tavolo di un bar.
Si passa dall’infanzia di Anna Banti al suo incontro con l’altrettanto noto marito, il critico d’arte Roberto Longhi, al suo debutto nel mondo della critica d’arte. La guerra la costringe ad un periodo di silenzio, due dei suoi manoscritti vanno perduti, ma la nuova fase di stabilità le permetterà di dare il via alla sua stagione narrativa fino alla conquista del premio Feltrinelli. A tutto ciò, ed oltre “in” tutto ciò – dal momento che le sue opere trasudano il suo stesso pensiero e la sua posizione nei confronti della società -, affianca il suo attivismo, la sua filosofia di “umanesimo” al femminile.

Il diritto all’uguaglianza (…) si rovescia e si trasforma in
diritto alla differenza: essere uguali per essere diversi è quindi il senso
più completo e profondo del femminismo come lo intendo io.

Grazie a questo libro ho dato voce ad un nome (poche volte) sentito dire ma legato, evidentemente, ad un personaggio del nostro Novecento degno d’attenzione. Al di là del suo valore letterario, ciò che più mi ha colpita è il suo pensiero del tutto discostato dal femminismo primo-novecentesco e dal clima del tempo. Banti sostiene che l’emancipazione non debba passare attraverso l’assimilazione di caratteri virili (ne verrebbe fuori una sgradevole imitazione, ed imitare è la tentazione dei più deboli) da parte del sesso femminile. Si tratta piuttosto di un riconoscimento dei sessi e di un cambio di prospettiva, per produrre un diverso tipo di relazione tra i due: esser “diversi” non implica l’esistenza di un dominatore e uno sfruttato. Avere delle differenze è un diritto.

L’unica pecca di questo libro è ravvisabile nella prosa che fa da cornice all’intervista, che talvolta pecca facendo man bassa di luoghi comuni e frasi fatte. Tuttavia, i miei complimenti vanno comunque all’autrice per aver condotto le sue ricerche in maniera approfondita, dando luogo ad una trattazione ben documentata, ma soprattutto per la verosimiglianza delle presunte risposte pronunciate da Anna Banti, aderenti alla psicologia del personaggio così come ci viene presentato.

L’immancabile consiglio di fine recensione mi porta a suggerirvi un volume della medesima collana – La Modesta-, della Villaggio Maori. Si tratta di “La porta è aperta”, per scoprirne di più su un’altra voce al femminile del secolo breve: Goliarda Sapienza.

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