Ho conosciuto il libro “Apocalissi e conversione” alla sua presentazione durante il tour di “Invasioni Digitali” targato Il Trionfo dei Giganti 2015. Una scoperta! La vena sociologica sopita tra un Hobbes e Weber si è risvegliata, ciò mi ha spinto a sapere di più sull’autore, Cateno Tempio, che si è prestato alle mie domande rispondendo con molta minuziosità.

La fine del mondo è l’incubo ricorrente della civiltà occidentale, ne ha permeato miti, religioni, filosofie. Perché l’Occidente è così strettamente legato all’«apocalissi», a una catastrofe di dimensioni globali? Scandito in tre momenti che ripercorrono tre diversi significati della catastrofe, questo libro tenta di fornire una risposta all’interrogativo mostrando gli aspetti più inquietanti e nascosti dell’umanismo occidentale, e rintraccia nella «conversione» una possibile via d’uscita per il singolo.

Dalla Quarta di Copertina

Vi lascio alle parole dello scrittore:

Cosa ti ha spinto a scrivere un libro su un tema così emblematico come quello dei miti apocalittici?

La domanda presuppone che qualcosa mi abbia spinto a scrivere. È una formulazione che mi piace molto, perché lascia intendere che la scrittura non dipende da me, ma piuttosto da qualcosa “dentro” o “fuori” di me. In ogni caso da qualcosa che non sono io stesso. Parlando in generale, non solo riguardo al caso specifico del mio libro, è proprio quello che credo accada: non sono io che spingo me stesso a scrivere. Sembra quasi che io dica: non posso farmi uno sgambetto da solo. Cerco di chiarire cosa intendo, per evitare equivoci. Risponderò alla domanda nei tre punti che la compongono: 1) cosa mi ha spinto a scrivere; 2) cosa mi ha spinto a scrivere un libro; 3) cosa mi ha spinto a scrivere un libro sui miti apocalittici.
1) Ogni scrittore (per quanto mediocre o scarso, consapevole o inconsapevole) è per certi versi platonico. Il platonismo dello scrittore consiste nel tentativo di cogliere una forma intellettuale ed esprimerla a mezzo delle parole scritte. La forma in qualche modo preesiste alla scrittura, ma al contempo si dispiega nel farsi di essa. Preesiste in quanto idea antiplatonica, ossia stratificata nei millenni, moltiplicata nelle menti individuali, deformata da gusti ed epoche, variabile, a un tempo universale e singolare, oggettiva e soggettiva: compreso tutto questo, assoluta; si dispiega nell’atto dello scrivere, per fissarsi definitivamente con la cristallizzazione di uno scritto, che – se non si perderà negli anni o nei secoli, o anche nonostante questo – contribuirà al variare, al dilatarsi della forma: compreso tutto questo, ancora, assoluta. Il mio tentativo di scrivere si inquadra in questa ricerca della forma. Nel caso specifico di cui ci stiamo occupando, ossia un libro di filosofia, la forma è concettuale e credo che l’unico modo – o quantomeno il migliore – per esprimere i concetti sia la scrittura. Il concetto è la forma filosofica, l’idea platonica che la filosofia vuole mostrare. Il pensiero filosofico si esprime sotto forma di concetti. Ciò che “mi ha spinto” a scrivere, dunque, è il tentativo di mostrare un concetto. Il concetto – in quanto forma – non dipende da me; in un certo senso, si potrebbe dire che è il concetto stesso a voler mostrare sé stesso, se ciò non implicasse una personificazione del concetto medesimo.

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Vorrei però sottrarmi a tutte le accuse di presunzione che mi si potrebbero rivolgere: io non sono il mezzo privilegiato attraverso cui il concetto vuole esprimersi (proprio perché non c’è alcuna personificazione, quasi che il concetto avesse una volontà propria); d’altro canto, neppure godo di una vista più lunga o acuta e non sono sicuro di esprimere e mostrare al meglio il concetto. Spesso ho utilizzato il paragone con altri ambiti per spiegare come credo stiano le cose: si diventa scrittori come si diventa, per esempio, ciclisti, tanto per nominare una categoria a me cara. Il ciclista è mosso da gambe, cuore, polmoni; pedala perché sa che può farlo; se ne è in grado, vince e compie capolavori sportivi. Lo scrittore – quindi anche io, per quanto modesto – è mosso dalla mano, dalle parole, dall’idea. Sa che può scrivere. E scrive. Tutto qua.
2) Scrivere un libro è tante cose. In ogni libro che si rispetti ci sono tutti gli altri libri. In ogni arte che si rispetti ci sono tutte le altre arti. Allora un libro – ammesso che sia buono – è ogni altro libro; e poi, oltre a essere scrittura, ha qualcosa della musica (in quanto ogni parola, ogni frase è anche suono), delle arti visive (la composizione, la messa a fuoco, il taglio, le inquadrature…), dell’architettura (la struttura, le fondamenta, i muri portanti, l’organizzazione formale di ampio respiro)… E poi scrivere un libro dà la possibilità di distendere la scrittura in uno spazio esteso, ragionato, mediato. Ogni appassionato di musica sa che l’armonia è un prodotto: non sta a monte, non è uno stadio iniziale, bensì è costruita, è un compimento. Questa è una grande lezione per il pensiero in generale: l’armonia, che possiamo considerare miticamente come un’età dell’oro, non è all’inizio dei tempi, piuttosto è dispiegata negli spazi. Scrivere un libro è costruire un’armonia, rincorrere l’idea di perfectio, intensa in senso proprio, ossia come compimento. La famosa frase di Spinoza: Per realitatem, et perfectionem idem intelligo («Per realtà e perfezione intendo la stessa cosa») – bellissima e terribile, tanto che pare un verso – potremmo piegarla ai nostri scopi: per librum et perfectionem idem intelligo. Con questo, intendo sovrapporre libro e realtà, ed entrambi identificarli con la perfezione. La realtà è nei libri; anche nei libri. Qui assume la sua forma perfetta.

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3) Per un filosofo scrivere su un tema specifico anziché su un altro è quasi del tutto indifferente. Spesso è l’occasione a decidere di un tema. Si può dire che i rapporti che intrattiene un filosofo con i temi di cui si occupa – escluso quello specifico – siano dei rapporti occasionali. Certo, può anche darsi, come avviene in ambito sessuale, che i rapporti occasionali siano quelli in cui si gode di più, ma l’amore è un’altra cosa. E il filosofo ama la conoscenza, che è il suo tema specifico. Per continuare platonicamente con questa terminologia erotica, possiamo dire che anche quando ha rapporti occasionali, il filosofo pensa costantemente alla sua amata. Fuor di metafora, significa che anche quando il filosofo si occupa di morale, di etica, di psicologia, di scienza, financo di economia, in realtà è della conoscenza che si sta occupando, il suo pensiero è costantemente rivolto a essa. La filosofia è sempre filosofia teoretica. Altrimenti non è tale. Ora, quando dico “conoscenza” intendo qualcosa di molto preciso, non la conoscenza comunemente intesa, ossia sapere fare qualcosa o avere imparato qualsiasi tipo di nozione, più o meno tecnica, più o meno astratta. La conoscenza propriamente detta, cioè la conoscenza filosofica, riguarda il senso del conoscere in primo luogo metafisico, che diventa subito metacognitivo, in quanto chiede conto della conoscenza stessa, nel senso parmenideo per cui pensare ed essere sono la stessa cosa. La conoscenza filosofica è il pensiero, che si esprime sotto forma di concetti, ovvero la cui forma è concettuale. Qui torniamo al discorso di prima, ossia al discorso della forma. Potrebbe sembrare tutto molto autoreferenziale: la filosofia è la conoscenza che chiede conto di sé stessa. Con formulazione aristotelica potremmo dire che la filosofia è pensiero di pensiero. Tutto questo non è autoreferenziale perché il pensiero è il modo concettuale di cogliere la realtà; anzi, di più: la realtà – nella sua generalità – può essere colta solo per mezzo del pensiero, che a sua volta ne fa parte. Per questo la filosofia è pensiero di pensiero. Una volta che la realtà è colta concettualmente, la filosofia riesce a mostrare una forma.
Ora che ho chiarito come stanno le cose con il mio vero amore, posso concedermi la vanteria della scappatella e parlare francamente del mio rapporto occasionale. Invero, non mi sono occupato propriamente dei miti apocalittici; piuttosto ho inquadrato anche miticamente la catastrofe occidentale, che è una specie particolare di apocalisse. L’occasione è stata piuttosto banale: era stato bandito un concorso dal tema: “La catastrofe nel pensiero occidentale”. Da lì nacque il primo nucleo del libro, più breve del testo definitivo, e abbastanza diverso da esso, anche più acerbo. Dopo un paio di anni ho rielaborato il tutto, ho impresso un marchio spiccatamente teoretico e metafisico – quindi immediatamente politico – e ne è venuto fuori il libro com’è ora. I temi trattati (l’occidente, la globalizzazione, la crisi, le catastrofi ambientali) suonano di primo acchito di stretta attualità. Ma è una truffa, è un inganno. Ho dichiarato il mio amore a questi temi nell’orgiasmo dell’amplesso. In quei momenti si può promettere e giurare di tutto. Il libro è – almeno nelle intenzioni – teoretico, quindi per forza di cose intempestivo e inattuale. Tutto ciò che vi è detto è da intendersi in senso metaforico, ossia direttamente metafisico. Il mio grande amore da filosofo – tutto capriccioso e problematico – resta quello per la conoscenza. A essa sacrifico tutta la scienza, la politica, la morale.

Per l’intervista integrale all’autore Cateno Tempio e per ulteriori approfondimenti sul testo “Apocalissi e conversione“, edito dalla casa editrice Villaggio Maori, ecco qui il link:

http://spielhans.villaggiomaori.com/2015/09/15/intervista-a-cateno-tempio/

 

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