Tempo di lettura: 1 giorno | Luogo di lettura: casa, un sabato di relax | Tipo di lettura: cartaceo

…ma le avete viste le copertine di Ponte33? Io le avrei volentieri incorniciate ed appese in bella vista a casa. Purtroppo non ho ancora una casa (mia, intendo, non vivo all’adiaccio). Quindi ho ordinato tutti i loro libri per la libreria e mi beo ogni giorno della loro vista: li tengo spalmati su un tavolo anziché riposti di fianco sugli scaffali.

Ok, ammetto che il libro che ho scelto è quello dalla copertina meno invitante: ma volete mettere la curiosità che suscita un titolo così?

Siamo a Tehran e, passeggiando per le vie, un uomo ci urla dal quattordicesimo piano di un palazzo che siamo dei vermi che si intrecciano in cerca di un senso e che non vogliono ammettere la morte come senso ultimo d’ogni affaccendarsi. Le finestre del Kharavan, fantomatico set che accomuna e universalizza le individualità dei personaggi, un condominio affollato di appartamenti, si aprono e si chiudono, si accendono e si spengono e raccontano la vita di chi abita quell’alveare di appartamenti. E l’autore, Mostafa Mastur, ci guida al di là delle loro soglie, con tecnica quasi filmica, tra primi piani e panoramiche.

“Miscredenti che non siete altro, se pure restaste settecento anni, che cosa combinereste? Scommetto che alla fine vi scannereste tra di voi. Che poi è quello che state facendo adesso.”

Non so se romanzo sia la definizione giusta per questo testo. Le storie al suo interno sono molteplici e progrediscono episodicamente sfiorandosi ed intrecciandosi le une con le altre. Tuttavia, ognuna di loro ha un suo scopo o un suo finale al punto che potrei più facilmente immaginarla come una ben orchestrata raccolta di racconti.
C’è Daniel dalla testa deforme che grida le sue rivelazioni alla vecchia madre e si dispera per ogni donna che muore di parto, per tutte le parole che trasudano pianto. C’è una famiglia a pezzi da ricomporre, c’è un fotografo stregato dal volto di una bella donna, una prostituta innamorata di un poeta, dei criminali e i loro loschi affari, un gruppo di ragazzi incoscienti, la speranza di un uomo ed una donna che aspettano la rinascita in una e-mail.
E c’è tanta solitudine.
È questo il senso ultimo del romanzo, a mio giudizio. Queste esistenze si toccano l’una con l’altra, si incontrano nell’ascensore, in una corsia d’ospedale, si incrociano per le strade eppure non sembrano mai riconoscersi. Nella metropoli c’è talmente tanto caos, tanta fretta, che ciascuno di loro, forse anche all’interno del suo stesso appartamento e con chi di più caro, resta solo. È difficile condividere le sensazioni, le paure, le aspettative. C’è sempre qualcos’altro che sembri avere priorità sugli affetti, il timore di un giudizio, una distanza da colmare, una scadenza da rispettare.

A cosa serve vivere in una città che pullula di vite se ognuna di queste conduce un percorso a sé stante? E poi, però, la magia. Quel conato, quello sforzo del ritrovarsi. Pagine di amarezza, di presa di coscienza, ma che lasciano anche un sorriso sincero qua e là. Come la quotidianità di ognuno di noi, in fondo.

Anche i lettori più informati ed accorti, a mio giudizio, saranno caduti nella tentazione o nell’ ingenuità di immaginare una serie di luoghi comuni nell’aver appreso che si tratta di una traduzione da lingua persiana, di un autore iraniano e di un romanzo ambientato a Tehran. Donne seminascoste, musulmani coi baffoni, moschee, cammelli per le strade… no, scusate, troppe Mille e una notte. Il mondo mediorientale, fortunatamente, non è solo quello che ci propongono quotidianamente i mass media, un modo pericoloso e arretrato e fin troppo diverso da quello “occidentale”. Questo Iran è diverso. È ancora forse traballante sulle sue gambe, ma le sue donne decidono autonomamente, le sue famiglie si amano e si ingannano, i costumi sono molto più occidentalizzati di quanto possiate immaginare.

È bello trovare, tra una pagina e l’altra, dei riferimenti a rusari, chador o altre pietre miliari della cultura araba o, nella fattispecie, persiana, dalla religione ai cibi (ottima l’idea di includere un glossario a fine narrazione!): lungi dal sembrare catene che vincolano a qualcosa in cui  non ci si identifica più (possiamo dire noi lo stesso della nostra cultura e dei suoi retaggi?), sono elementi di quotidianità e di abitudini da perpetuare nel riconoscimento di quella radice profonda dell’identità di un popolo che va al di là di ogni cambiamento superficiale, di ogni adeguamento alla modernità.

“Osso di maiale e mani di lebbroso” l’ho letto tutto d’un fiato. La lettura precedente a questa era stata “Il rosso e il nero”, centinaia di pagine stendhaliane dalla trama contorta e tutta una serie di nomi francesi che ho faticato a tenere a mente. A parte i nomi arabi che forse sono anche peggio dei francesi (ma ammetto di avere un problema coi nomi in generale: per “Cent’anni di solitudine” ho dovuto allegare al libro una mappa dei personaggi), la rapidità con cui ho finito questa lettura e anche la sua apparente semplicità mi aveva lasciata, in prima battuta, quasi delusa. Poi ho cominciato a rifletterci su, ho riletto alcuni passi, e ho collocato queste storie nel loro giusto contesto e ho riconosciuto il loro scopo. Credetemi se vi dico che una lettura di meno di cento pagine possa arricchirvi tanto quanto seicento di Stendhal.

Consigli? Ovviamente avrete sentito parlare tutti di Leggere Lolita a Teheran… quindi non ve lo consiglio, ci ha già pensato qualcun altro. Date piuttosto un’occhiata a tutti gli altri libri Ponte33! (http://www.ponte33.it)

Sorpresa finale, parola all’autore. Guardate un po’ che ho trovato su youtube….

Annunci