Iniziando un libro, scrivere sulla pagina di rispetto, rigorosamente in altro a destra, luogo e data di inizio lettura è un vezzo da lettrice, una forma di autocompiacimento e di banale tassonomia.

Oppure abitudine e/o rito propiziatorio? Dovrei chiedere a uno psicologo. Pure bravo.

E se il libro in questione non è stato letto tutto ad un fiato il monitoraggio della lettura allora diventa roba da affidare alla NASA! Ditemi che è capitato anche a voi, vi prego, di ripetere:

(Soggetto=libro) “Non è che non mi prende, non è il momento!”

Se poi fate seguire una lista di alibi pari a quella della spesa della Vigilia di Natale o del Veglione di Capodanno, il gioco è fatto: autoassoluzione.

Questa mega-parentesi tonda/quadra/graffa messe insieme per dirvi che L’invenzione della madre non è stata una lettura facile e consolatoria.

-Ancora co’ sta lettura/crisi? Ma ricoverati, figliola!

Sì, l’ammetto, sono complicata. Alle passeggiate in spiaggia, preferisco gli itinerari di montagna, quelli che richiedono l’uso di piccozza e ramponi, di allenamento e di fiato. Tanto fiato.

-Perché?

Perché osservare il panorama da un cima significa non riconoscere le vette circostanti. Avere le vertigini. L’Invenzione della madre è il Monte Rosa: una massiccio sovrastante e quasi invalicabile che si tinge all’alba e al tramonto. Quasi per smussare con il colore quelle altezze.

Beh, scommetto che non è la prima volta che vi trovate a leggere blateramenti vari su libri considerati da chi recensisce (brutto verbo, meglio chiacchierare!) come dei veri e propri capolavori. Se le classifiche dei libri e i pareri di sedicenti, ma appassionati, bloggers contano fino ad un certo punto, le impressioni autorevoli e i numeri, quelli veri, sì. Parecchio.

Ecco, un copia-incolla della rovente fascetta del libro di Marco Peano:

«Un romanzo che cura.» Michela Murgia

«Un libro di straziante bellezza.» Loredana Lipperini

Quinta ristampa

Il debuttante autore torinese, edito da Minimum Fax nella collana Nichel, scrive una storia di fiction che ha come focus la morte della madre, raccontata attraverso l’uso discreto e costante della terza persona. No, non fermatevi: continuate a leggere, perché in Peano non c’è pietismo e autocommiserazione. Il romanzo non è uno sfogo doloroso, un diario della disperazione di un figlio o un flusso di coscienza di un «orfano». È un gioiello intarsiato da una prosa indimenticabile.

emme: un suono dolce e lungo, una fisarmonica di quattro lettere chiusa tra elle ed enne, in quello che sembra il ventre malleabile dell’alfabeto.

Un racconto di dolore universale che la lente d’ingrandimento impugnata dall’autore rivela a qualsiasi tipo di lettore, travolgendo perfino chi non ha avuto esperienze simili. La ferita e l’elaborazione del lutto di Peano-orfano diventano familiari nelle pagine del libro attraverso 3 blocchi tematici ben distinguibili: Mattia (l’anno prima); Mentre (alcuni giorni di gennaio); Madre (l’anno dopo). [il mio preferito] All’interno di ognuno di essi, entro una struttura a incastro, la narrazione procede per pezzi omogenei titolati singolarmente, quasi a ricalcare l’incespicare del passo del figlio davanti alla malattia materna. Un figlio, perciò, che cresce quasi parallelamente a quel brutto male: il cancro. Usiamo i termini medici, perché sono questi che con esattezza quasi maniacale troverete nel romanzo. Niente spazio a comode allusioni o facili perifrasi. La nuda chiarezza è la cifra stilistica dello scrittore. La sua tavolozza: il dizionario. Infatti, l’attenzione per le parole e per l’etimo delle stesse più che zelo è mestiere.

Dubbio

Se Peano-figlio racconta il percorso decennale ed autobiografico della malattia che uccide la madre e che lo vede trasformarsi da ragazzo a uomo, almeno anagraficamente, perché scegliere un ossimoro implicito, invenzione della madre, come titolo? Rispondo indirettamente a questa domanda, rivelandovi l’identikit del protagonista di questo insolito romanzo di formazione. Un ragazzo-calamita, un’anima vivente che trasuda da ogni pagina e a cui è impossibile non affezionarsi. Questo è il #Mattiasecondome.

Ritornando analitica, Mattia è un cinefilo la cui immaginazione corre troppo veloce per il paese e le 4 mura della videoteca in cui lavora. Mattia è il corso dell’università abbandonato (facile eppure fortissima auto-identificazione). Mattia è il logoramento dell’amore con la sua ragazza e perfino i dispetti verso il suo micio. Ma soprattutto Mattia è il fardello che porta sulle spalle:

«La madre sarebbe tornata.»

Incipit del romanzo e riflesso della migliore letteratura horror, tale frase è la lapidaria dichiarazione d’intenti del suo autore. In modo cinico Peano, sventando ogni tentativo di edulcorare il tema al fine di suscitare la lacrimuccia, corre il rischio: perdere il lettore a pagina 3 o conquistarlo con la sua storia. Anzi, niente aggettivi possessivi. Il romanzo di Peano è una storia che procede lungo il doppio binario di autobiografia e di fiction ed è narrata, a sua volta, attraverso quella più grande del cinema. I film sono degli stati d’animo di Mattia: a essi affida ricordi, fantasie, paure. Un omaggio alla nona arte originale e autentico che in qualche caso ha reso necessario prendere qualche appunto. Di questo romanzo ho finito per amare perfino le parentesi, utili indicazioni di rotta, per sottolineare interi periodi e mettervi a lato un giudizio sintetico di “natura” scolastica: Bravo/issimo.

 

 

 

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