Salve a tutti i lettori di ParoleIncartate!
Il 31 dicembre 2015 usciva la recensione de “Tutta la bellezza deve morire”. Fortuna volle che tale post è stato espediente per una interessante chiacchierata con l’autore del romanzo, Luigi Pingitore, che ho il piacere di condividere con voi, inaugurando la sezione “interviste” del nostro sempre più eclettico blog.

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Per chi si fosse perso la recensione: https://paroleincartateblog.wordpress.com/2015/12/30/tutta-la-bellezza-deve-morire-un-inno-decadente-alla-giovinezza/

 

Luigi: Sono d’accordo bene o male con tutto quello che tu scrivi nella tua bellissima lettura del mio lavoro, forse solo sul carpe diem lo sono un po’ di meno.

Credo che ognuno trovi in un libro un po’ di quello che sta cercando, spesso indipendentemente dalla volontà dell’autore, quindi magari questo carpe diem è più mio che tuo. Ma posso chiederti comunque perché?

Non ce l’ho col carpe diem in se’, che ha una sua intonazione romantica interessante e un suo valore oggettivo; solo che mi pare presupponga un certo non so che di fiducia, di movimento in avanti. Nel romanzo invece si racconta qualcosa d’altro, di differente: non tanto cogliere l’attimo quanto abbandonarsi ad esso, un precipitare dentro l’istante, una sorta di conquista di se’ che nel momento in cui si realizza è già perduta; ecco perché l’immagine più ricorrente del romanzo è quella del tuffo, o dello sdraiarsi a terra.

In fondo Tutta la bellezza deve morire, lungi dal suo esito tragico, racconta la storia di una felicità, la felicità che nasce dall’abbandonarsi alla bellezza e al mondo. E quand’anche durasse un solo istante, quell’istante di complicità assoluta vale la pena di inseguirlo per tutta la vita. Ecco perché il titolo ‘Tutta la bellezza deve morire’ che è un vero e proprio imperativo categorico. Se tutta la bellezza di quell’attimo, di ciò che siamo quando siamo giovani e un po’ ingenui, impacciati ma anche pronti allo stupore e alla conquista, deve essere poi sciupato dal nostro diventare adulti, orrendamente negligenti, compromessi con un mondo di cose pratiche, di piccole bugie pronunciate in nome della sopravvivenza e di meschinità varie, allora tanto meglio che tutto perisca un attimo prima – ed ecco quindi anche perché il suicidio e la frase di Camus ad esergo: “Pochi capiscono che esiste un rifiuto che non ha nulla in comune con la rinuncia.”

Come tu stesso hai ribadito, le tematiche sono forti e, a mio parere, trasversali: non c’è un destinatario predefinito per questa storia. Era così anche nelle tue intenzioni? Chi vorresti che leggesse il tuo libro?

Chiunque. Non mi ha mai interessato essere uno scrittore alto o basso, pop o intellettuale, di genere o non di genere. Anzi, sono etichette che non sono mai riuscito a capire. Mi interessa quello che credo sia il compito vero della letteratura. Farsi strada nell’animo umano. Aprirsi alla realtà con tutte le sue stratificazioni e le sua complicazioni. E’ tutto lì dentro d’altronde. Abbiamo in noi miliardi di possibilità e di inciampi: amore, odio, ribellione, speranza, paura, follia. Inutile perdere tempo con viaggi fantasy, con indagini di polizia su cadaveri quasi mai eccellenti. Gli scrittori hanno a disposizione la propria mente, non serve altro. Siamo uomini, siamo alle prese con un’enorme energia senza direzione e una ancora più enorme materia oscura. Direi che sposo appieno l’idea di Dostoevskij, quando diceva che scrivere significa fare un passo in più verso l’ignoto.

 La tua prosa è imbevuta di poesia: anafore, ripetizioni, enjambemets e tanto altro. Oltre Rimbaud, chi si nasconde dietro questa tua manifesta passione per i versi? E come mai, nonostante ciò, scegliere la prosa per raccontarti?

 Non parlerei di poesia quanto più specificatamente di ritmo. La letteratura è sempre una questione di ritmo d’altronde, nel senso che lo scrittore non lavora tanto sul racconto di una storia ma sul mondo in cui può raccontare quella storia. E quindi sulla lingua. Che poi è la sfida vera perché uno scrittore non ha altro a disposizione. Non può contare sui colori della tavolozza, sulla potenza dei fiati e delle percussioni, sulla profondità del primo piano cinematografico. Può fare in modo pero’ che le parole costruiscano tutto questo: musica, colori, distanza tra i piani.

Io quando leggo un libro, la prima cosa che cerco è il suo ritmo interno, che sia il pianissimo di Moravia, la frenesia di Gadda, l’elettronica minimale di Bret Easton Ellis o la polisinfonia di Coetzee. Vengo da questa tradizione. Credo che il modo di raccontare più tradizionale, diciamo di stampo naturalistico-ottecentesco, molto rassicurante e confortevole, non sia più praticabile. Non amo le scritture di oggi che nascono già vecchie e imbevute di questo bisogno di raccontare-una-storia. Ripeto, lo scrittore non puo’ ridursi al semplice ruolo di affabulatore, o di cantastorie.

In un altro momento mi hai detto di aver passato un mese in Sicilia e di averla apprezzata sotto diversi punti di vista. Possiamo sperare che il tuo prossimo lavoro venga ambientato sulle nostre coste piuttosto che in quelle campane?

Il fatto è che io posso scrivere solo di quello che conosco bene. O che in qualche modo mi ha ferito. Invece in Sicilia sono stato troppo felice per prendere appunti.

Quindi quanto la riviera e i ragazzi di “Tutta la bellezza deve morire” è tua e sei tu?

Ci sono io ovviamente, da qualche parte e in maniera non lineare. E ci sono i tantissimi ragazzi che diventando uomini hanno avuto dei dubbi. C’è sempre la realtà, e il proprio tempo, in quello che si scrive. E poi c’è il viaggio verso il cuore di tenebra che abbiamo dentro.

Ultima curiosità: c’è davvero un po’ di “Arancia meccanica” in Rudy?

Non direi. Quella è una storia sostanzialmente declinata verso la distopia e la violenza. Molto più umilmente quello che volevo fare io era comporre un piccola canto sulla malinconia e sulla felicità salina.

Quasi una confidenza: che progetti per il futuro?

Finire il mio terzo romanzo, che chiuderà anche la trilogia dell’estate e che ambienterò per la prima volta nella mia città.

Concludere un libro di racconti che sto scrivendo da un anno.

Quanto a “Tutta la bellezza deve morire” ne sto scrivendo la sceneggiatura perché vorrei farne un film.

Non impazzire.

 

L’Indipendente ringrazia ancora Luigi Pingitore per la simpatia e sincerità.
Passo e chiudo e alla prossima intervista!

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