Tempo di lettura: 2 settimane | Luogo di lettura: dovunque! Dalla fila alla posta al letto | Tipo di lettura: cartaceo

Said: all beauty must die” cantano Nick Cave e Kylie Minogue in una delle mie murder ballad preferite, “The wild rose”: motivo per cui, non appena ho tirato fuori dai nuovi arrivi in libreria “Tutta la bellezza deve morire” ne sono stata subito attratta fino al punto da sentirmi obbligata a leggerlo. La trama del resto prometteva bene: adolescenti sensuali e perduti in una riviera mediterranea che, dopo una sfilza di ragazzetti (con complessi edipici da far spavento) primo-novecenteschi studiati per letteratura contemporanea, speravo potesse portarmi una ventata di freschezza e sconsideratezza!

…e invece… no.

“Tutta la bellezza deve morire”, di Luigi Pingitore,  potrei riassumerlo in pochi vocaboli: lento, profondo e decadente.

La storia corre su due binari: da un lato abbiamo Pier e la sua strana comitiva in cui non si capisce chi sta con chi e chi è amico di chi; dall’altro Ezra, un cinquantenne che ripercorre le tappe dell’ultimo viaggio della figlia Sara, compiuto prima che lei morisse in un incidente.
Pier ha una grande passione: le poesie di Arthur Rimbaud che, punto a favore del romanzo, accompagnano tutta la narrazione. Sono la sua salvezza e la sua fuga dal mondo, il suo mantra da ripetersi quando non ci sono altre parole o non resta altro da fare che sdraiarsi su una strada e aspettare che accada qualcosa. Pier insegue Francesca, la sua donna bellissima e libera, che è sparita senza lasciar traccia di sé se non il dubbio che possa aver avuto una relazione con Dario, il migliore amico proprio di Pier, che vuole fuggire e al tempo stesso non cambiare mai.
Nel suo peregrinare Ezra incrocerà le orme di questi ragazzi ora descritti, scontenti e meravigliosi, la cui presenza fisica stessa è già un canto all’esistenza, e resterà senza fiato davanti a quei paesaggi che costituiscono il loro habitat: l’unico modo di entrare in contatto con la figlia perduta, rileggendo le sue stesse emozioni sul suo diario.

La trama, di fatto, è appena esistente in tutto ciò e lascia spesso spazio tanto all’interiorità dei personaggi quanto a quella dell’autore, che trasuda da ogni descrizione tanto paesaggistica quanto dell’accadimento o del personaggio preso di mira di volta in volta.
Il messaggio, talvolta ridondante, è comunque efficace: un carpe diem lungo tutto un romanzo, un carme alla gioventù, ai suoi drammi, alle sue angosce, alla sua fugacità, alla sua meravigliosa essenza.

I due macrotemi che aleggiano su tutto il racconto sono, manco a dirlo, bellezza e morte. Se insegui l’una, incappi nell’altra. Questi adolescenti si tuffano di notte tra gli scogli, saltano da un tetto all’altro, abusano con l’alcool e con la droga, si concedono ad ogni tipo di relazione, mettono a repentaglio la loro esistenza in ogni modo giusto per godere di quel brivido, di quell’esitazione ed esaltazione al contempo. La bellezza è una forza così immensa, così atroce e fagocitante, che inevitabilmente consuma chi la porta dentro addosso e lo conduce comunque ad una fine. Che sia la fine sia la stessa dei genitori imborghesiti, che hanno venduto la loro libertà per fingerne una di circostanza, o che sia la morte, come quella di Sara, immortalata eternamente nella sua giovinezza.

 

“Che è mai il mio nulla,
in confronto allo stupore che vi attende?”

Tra tutti, spicca il personaggio di Rudy. Rudy sembra venuto fuori da “Arancia meccanica” (sarà forse un caso che il suo vero nome sia Ludovico, proprio come quel Ludovico Van?), chiama tutti “fratellino” proprio come Alex e i suoi discorsi vertono sulla bellezza in modo quasi esasperante. Lui sa cosa sia, la vede ogni giorno nel suo paesaggio costiero, in quei corpi in bikini stesi al sole sulle spiagge in cui trascorre i suoi giorni, in quegli occhi di chi sa di avere ancora tutto davanti. Esser giovani vuol dire avere scelta. Qualsiasi essa sia. Lui, ormai, sa che finita questa estate non ne avrà più. Si libererà delle lettere che contengono il suo passato e venderà la sua libertà in cambio di aspettative soddisfatte.

Questo romanzo è per lettori pazienti, che non godono soltanto di trame appassionanti ed apprezzano perdersi ( e struggersi) nei patemi d’animo altrui, ma probabilmente anche propri per la loro universalità. Devo ammettere che, nonostante non sia poi passato tutto questo tempo, mi ha fatto rimpiangere i miei diciannove anni e le tante inconsapevolezze di quell’età, che aggiungono un non so ché di intenso ad ogni accadimento quotidiano.
Personalmente l’ho letto con molta lentezza, come il testo stesso richiede: a mio parere non è una lettura da consumare voracemente, o si rischia di perderne l’atmosfera, in qualche modo anche la sua lascivia e sensualità. I dialoghi sono spesso fuori dall’ ordinario, le scene talvolta sconnesse l’una dall’altra, Rimbaud squarcia di tanto in tanto lo scorrere del testo,  tutto a concorrere al fatto che questo romanzo, in fondo, non è un romanzo, ma quanto detto nel titolo stesso di questa recensione: un inno lento, e decadente, alla giovinezza.

Ultima curiosità: a fine libro potrete trovare una doppia soundtrack! Quella utilizzata dall’autore per scrivere il romanzo e quella consigliata al lettore per fruirne. Ecco a voi la mia preferita:

Concludo con i consigli!
Per chi apprezza storie di adolescenti dannati (e condannati), consiglio il ritmato “Sei parte di me”, di Raffaella Bedini: scorre come una playlist di musica rock, a volte turba, a volte fa sorridere, per certo il finale è un fulmine a ciel sereno.

 

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