Tempo di lettura: un giorno | luogo di lettura: divano | tipo di lettura: digitale, ma capirete perché!

Agua Real mi si è presentato sotto una veste insolita: avrebbe dovuto essere il mio primo libro da “editor” in quanto stagista presso la Villaggio Maori Edizioni. La parte aneddotica potete pure saltarla, ma mi sono divertita un sacco a scriverla.

Aneddoto numero 1: L’editore mi aveva detto si trattasse di un romanzo, e per le prime 60 pagine circa questa cosa poteva anche avere un senso. Svoltata la pagina cruciale, ovvero quella fin dove la questione del romanzo era plausibile, ho iniziato a dire machecaaaa e a non capire più niente, ma senza riuscire a smettere di leggere e non soltanto perché fosse mio dovere. Conclude l’aneddoto il fatto che, iniziata la lettura di mattina, uscita per una mattinata di shopping, ho costretto la mia genitrice a tornare indietro perché dovevo leggere come andava a finire Agua Real: nonostante l’incomprensione, c’era un non so ché che mi aveva lasciata con il pensiero in quel file word nonostante tutto.

Aneddoto numero 2: dopo aver finito di leggere tutto il testo con un’espressione tra il poker face e il meravigliato, vado a spulciare la sinossi dell’opera e scopro che è una raccolta di racconti con cornice, che i singoli segmenti non sono parti di una storia ma racconti sconnessi (anche se non del tutto) tra loro e, magia delle magie, tutto acquista un senso e mi rileggo Agua Real nuovamente per godermelo alla luce di questa rivelazione. Adesso, per quante volte l’ho riletto causa correzione bozze, impaginazione, revisione e quant’altro, potrei quasi recitarvelo a memoria, ma mi esibisco solo su richiesta.

Cosa è Agua Real? Tutto comincia in una giornata soffocante in una terra deserta che ricorda il Sudamerica. Un bambino dalla canotta strucita, Ernesto, mangia formiche e non ha voglia di tornare a casa, ma la sua attenzione è catturata da una mula di passaggio e senza padrone. Inizia a seguirla ma ecco, ad un tratto, il paesaggio cambia e le immobili pietre della valle che circonda Agua Real, il paese dello zolfo assassino, prendono vita e danno voce alle loro storie, in lunghi epitaffi di rancori, amori, lotte e rivoluzioni. Chi sono queste pietre? Sono gli occhi grigi di Susana, i piedi sanguinanti dei fratelli Benales, la tonaca nera di padre Moreno, sono le vittime della miniera, sono anime senza riposo, in vita come in morte, che aspettano soltanto di raccontarsi ancora una volta. Il finale, un po’ sospeso e lasciato all’interpretazione del lettore, conduce fuori dalla cornice chiudendosi sul calare della notte, su Ernesto e l’ultima storia non più da ascoltare ma di cui farsi protagonista, in un cerchio perfetto.

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La cosa che mi ha più colpito di Agua Real è il linguaggio. Ogni parola sembra esser collocata lì perché non potrebbe essere altrimenti, è stata scelta e non soltanto utilizzata: il risultato è un periodare calibrato e quasi musicale. E ho capito che quel non so ché a lasciare che le frasi di Agua mi frullassero per la mente continuamente, in parte era proprio questo. E l’invidia di una così bella prosa. Forse non avrei dovuto dirlo.

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Secondariamente, la struttura: come nella Spoon River di Edgar Lee Masters, in cui ogni brano/personaggio allude ad un altro e così via, questo sottile gioco di intreccio è possibile trovarlo anche qui, rimandi che non interessano soltanto i racconti ma che intessono una ragnatela in cui tutto si tiene coinvolgendo anche la cornice. Le storie inoltre, ognuna dedicata ad un tema diverso, sono tutte così pregne di emozioni, particolari ma al contempo universali, da non saper dire quale mi sia piaciuta di più.

Terzo: intuire che, in fondo, questo Agua Real inesistente e fuori dal tempo è invece metafora di ogni tempo ed ogni spazio, di ogni qualvolta in cui ci saranno degli oppressi e degli oppressori, del denaro a dettar legge, una passione a bruciare l’anima e il senno. E intravedere, sparsi qui e lì, brani di Sicilia e della sua storia ben nascosti dall’autore, tutto siciliano: Luca Leotta.

Il soggetto della copertina è un guscio di lumaca su un suolo sassoso che interpreta, a mio giudizio, molto bene il senso del testo: un guscio che potrebbe sembrare vuoto, come un paese abbandonato, visto da lontano, ma che conserva e nasconde ancora al suo interno il pulsare della vita.

Consiglio di fine recensione, come sempre: se vi piacciono storie calienti e appassionate e apprezzate le raccolte di racconti, vi consiglio di sbirciare anche “Di lama e d’ocarina – Storie di tango”, GorillaSapiens Edizioni. I racconti vanno dall’umoristico al grottesco al drammatico, la prosa è meravigliosa , l’atmosfera tutta latina e l’unico filo teso tra una storia e l’altra è il tango, semplice sottofondo o canto appassionato a gran voce.

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