-“Potete dirmi a quale temperatura prende fuoco la carta dei libri?”.

-“451 gradi Fahrenheit.”

E’il comando dei vigili del fuoco di Los Angeles a rispondere alla voce dell’apparecchio telefonico. Pensando alla malsana curiosità di un piromane, probabilmente. Proprio tale combinazione di numeri, incendiaria e annientatrice, diventa titolo. Nasce così Fahrenheit 451: dalle ceneri al libro, un circuito inverso e immaginifico. La voce telefonica è quella dell’autore del romanzo, Ray Bradbury. Uno scrittore forse meno noto rispetto agli antesignani della distopia, ma ugualmente abile nel descrivere, a tinte fosche, uno scenario antitetico rispetto a quello reale. Creatore estroso e fecondo, Bradbury tesse le fila di un futuro visionario, di cui rivela le dinamiche anti-utopistiche fin dalle prime righe del suo romanzo, pubblicato nel 1953:

“E’ un bel lavoro, sapete. Il lunedì bruciare i luminari della poesia, il mercoledì Melville, il venerdì Whitman, ridurli in cenere e poi bruciare la cenere. E’il nostro motto ufficiale”

La genialità dello scrittore statunitense è folgorante: non lascia spazio all’immaginazione, abbagliando la vista del lettore, e il suo orizzonte d’attesa, ad ogni pagina. Considerando la brevità del libro, l’autore sembra farsi beffe del lettore, spiattellando le intenzioni dei protagonisti di botto, senza gli indugi e i rimandi tanto stimolanti per noi biblionauti. La ragione di tale “disfattismo” mi è stata chiara solo al termine della lettura. Bredbury non adula il lettore, ma sfidandolo attraverso il non-detto lo induce alla riflessione.

La vicenda che sviluppa questo romanzo distopico, con ascendente fantascientifico, è molto simbolica. Un mondo futuro è pilotato da un Governo mediante una semplice ingiunzione amministrativa: bruciare i libri, perché da essi si impara la differenza. A garantire l’applicazione del divieto di leggere e possedere volumi è un efficiente corpo di pompieri-incendiari. Sì, nell’immaginaria comunità partorita dalla mente di Bradbury noi, voraci consumatori della carta scritta, saremo nientemeno che dei fuorilegge. Roghi, non pile di libri di inestimabile valore. Pagine di Dante o Shakespeare su cui spargere cherosene senza rimorsi. Tutto non per ragioni di obbedienza, ma di comodità. Nel presente-futuro di Fahrenheit 451 vige l’autocensura: non è la dittatura ad imporre dall’alto, non ci sono i nazisti a mettere al rogo tutti i libri pericolosi per la cultura del Reich. La mia immaginazione corre alle scene del film Ladra di Libri… un riflesso incondizionato o una debolezza, non so….

Nella pseudo-utopia di Bradbury i toni non sono meno cruenti ma altrettanto minacciosi. Anche qui c’è un ladro di libri: Montag. Il pompiere-incendiario, protagonista del romanzo, mostra i primi segni di cedimento dopo l’incontro fatale con Clarisse. La diciassettenne instilla il germe del dubbio raccontando di sé: del suo piacere di osservare, di domandare e del conseguente destino di emarginazione che l’attende. Nella cloaca futuristica descritta da Bradbury non c’è posto per i “diversi”.

 La gente è rinchiusa entro un microcosmo fittizio di titillamenti, di pubblicità, di consumismo e di banalità televisive e radiofoniche. Non è necessario nemmeno formulare richieste. C’è chi vede e provvede. Senza il peso delle domande, quest’esercito di automi vive attorniandosi di personaggi televisivi a grandezza naturale con cui interagisce tramite grandi schermi televisivi. Pur di non pensare, ciascun individuo indossa auricolari ronzanti nelle orecchie. A far parte di questa schiera è anche la moglie del protagonista, Mildred. Proprio a lei e al suo diktat, corale e autoreferenziale,  ex-l’incendiario smetterà di piegarsi. Stringendo un nuovo sodalizio, Montag capirà perché i libri hanno “sostanza”:

Capite ora perché i libri sono odiati e temuti? Perché rivelano i pori sulla faccia della vita  La gente comoda vuole soltanto facce di luna piena, di cera, facce senza pori, senza peli, inespressive. Viviamo un tempo in cui i fiori tentano di vivere sui fiori, invece di nutrirsi di buona pioggia e di fertile limo nero

Il meccanismo della riflessione si insinuerà minaccioso nella mente del protagonista fino a maturare la consapevolezza che la conoscenza non va combattuta, bensì sfruttata a proprio favore. Ma come proteggerla? Con quali mezzi? Da solo? Un indizio: se si vive in un mondo in cui è bandita ogni forma di scrittura, si può sempre ricordare. Basta con i particolari apocalittici, basta spoiler! Sono lontana mille miglia dalla magistrale lezione di Bradbury: breve e densa. Sì, Fahrenheit 451 è una lettura rapida, attuale, tagliente.

Dolorosa.

Uno spunto di riflessione. Nei giorni in cui leggevo il romanzo, l’editoria italiana era allarmata dalla notizia del nuovo Mondazzoli, la fusione tra Mondadori e Rcs Libri. Mentre scorrevo le pagine, pensavo tra me e me: ok, lo scandalo. Ok le polemiche. Ok, il rischio evidente di censura. Ma gli indici di lettura non fanno altrettanto schifo? Bassi. Bassissimi. Solita solfa, direte. Già! Chi è dedito alla lettura è considerato dall’immaginario collettivo come poco socievole, quasi snob. Questo pregiudizio è funzionale a una società che considera ogni tipo di curiosità, attività, interesse culturale o politico una noia. Liberiamoci dalle catene mentali: impariamo la Differenza.

L’edizione che ho letto è quella della collana “Classici Chrysalide” con contenuti extra, tra i quali questa grafica delle opere extra-letterarie ispirate al genere distopico.

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